Artur Sulce

Nato in Albania nel 1971, Artur Sulce consegue il diploma in Scultura nel 1988 e si laurea in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Tirana nel 1993. Dal 1995 vive e svolge la sua attività artistica in Italia e insegna presso l’Accademia di Belle Arti “International Art School” di Terni dal 1998 fino al 2004, anno in cui si trasferisce a Verona dove attualmente vive e opera.

Born in Albania in 1971, Artur Sulce graduates in Sculpture at the Academy of Fine Arts in Tirana in 1993. From 1995 he lives and carries out his artistic activity in Italy and teaches at the Academy of Fine Arts “International Art School” of Terni from 1998 until 2004, when he moved to Verona where he currently lives and works.

La ricerca artistica di Artur Sulce, liricamente e irrevocabilmente connessa all’universo femminile, si è sospinta verso forme di rappresentazione simbolica. Le sue figure in terracotta, le Le dormienti o Le madri, modellate da una mano sensibile e sorretta da un’istintiva immediatezza di tocco, lasciano affiorare l’impeto di un sentimento puro, la verità di una bellezza inviolata, indifesa, naturale, quella che si scopre segretamente guardando dal di fuori l’essere nel tempo del suo riposo o nel momento in cui si affida alla cura dell’altro. Sulce cerca di fermare e di rendere visibile nelle sue sculture il volto umano, nella sua realtà più intima, libero dalle maschere che stabiliscono la distanza dal vero e immerso in quel silenzio e in quella pace memore forse di un’era primitiva o di una mitica età dell’oro. “C’è un volto più vero nell’assorta immobilità del sonno – dice l’artista -, quando si abbandonano le ostilità e le durezze della fatica che attraversa i giorni”. Il frangente del sonno è interpretato come un momento di rigenerazione e rinascita, evocata mediante la spaccatura-fioritura di un lato del cranio, dove si accende un fuoco di colori in opposizione alla naturale tonalità rosea della terracotta. I veri contenuti della scultura di Artur Sulce, rintracciabili in tutto il suo percorso, sono il mistero della nascita e della maternità, fissati nella rappresentazione di soggetti e identità riconoscibili, come le sculture che raffigurano grandi madri sedute con il proprio bambino, o evocati con maggiore intensità e forza immaginativa nelle più recenti Figure femminili. Isolate come cariatidi greche o in gruppo, similmente alle Tre Grazie, sono caratterizzate dal ricco e classicheggiante panneggio, che aderendo al corpo, quasi fosse bagnato, ne rafforza la dinamica presenza nello spazio, mettendo maggiormente in risalto, per contrasto, il modellato essenziale dei busti, levigati, vellutali e vibranti di luce, morbidi e senza alcuna angolosità. In queste opere primeggia un forte moto verso l’alto che converge la sua tensione sulla sensualità dei seni. La riduzione stessa degli elementi anatomici, in particolare la scomparsa degli arti, si manifesta anche nella Donna seduta con le trecce del 1993. Per quanto possa sembrare insolita, l’assenza di braccia è in realtà ricorrente in molta parte della scultura primitiva e del Novecento, dall’età delle avanguardie a Brancusi, fino ad oggi. In questo caso non si percepisce una reale amputazione, ma tutto è fuso in un’unica armoniosa forma, ancorata a terra e al contempo slanciata fuori dal suo centro, in un impulso di liberazione e di offerta.
Se nelle sculture dei primi anni novanta prevalevano una vena quasi narrativa e un uso esplicito della simbologia femminea, le scarpe tradizionali dell’Albania – terra d’origine di Sulce – fatte di pelle e spago, il grembiule e la treccia, più recentemente il linguaggio con cui l’artista si esprime, pur rimanendo fedele alla figura umana, sta diventando più sintetico e perentorio, meno allegorico e descrittivo, anche se mai privo di quella delicata grazia che sa ancora confidare nel pacifico accordo tra l’uomo e il mondo che lo ha accolto.
Lavinia Tonetti