Arturo Martini

Nasce a Treviso nel 1889; abbandona presto la scuola, iniziando a lavorare a tredici anni come garzone in un’oreficeria, dimostrandosi molto precoce nella propria inclinazione artistica, con una capacità di vedere le cose nella loro forma, e restarne affascinato, che risale alla prima infanzia. L’attenzione e capacità di cattura gli permetterà anche di trarre ispirazione dalle più diverse espressioni artistiche, da quelle arcaiche a quelle etrusche fino a quelle romaniche e neoclassiche. Nel 1906 frequenta lo studio dello scultore Antonio Carlini, che gli trasmette il proprio amore per la scultura di Canova, e l’anno successivo espone otto opere in una mostra tenuta a Treviso.

Si trasferisce a Venezia nel 1908, studiando con Urbano Nono e presso la Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti, quindi a Monaco dove ha come maestro Adolf von Hildebrand e si nutre di cultura classica passando molte ore della giornata nei musei ad ammirare i gessi dei grandi artisti del passato. A Parigi entra in contatto con le esperienze delle avanguardie, senza restarne particolarmente colpito. In fin dei conti resterà sempre un autodidatta, insofferente delle regole; anche la sua adesione a movimenti culturali dell’epoca si può considerare abbastanza anarchica. Nei suoi ricordi si trova più entusiasmo per le minime manifestazioni della natura che non per qualsiasi opera d’arte. Il tema del ricordo potrebbe spiegare, assieme alla sua grande capacità di vedere, di assimilare e ricreare, il suo criticato eclettismo e la sua eccessiva disponibilità verso le forme artistiche di ogni tempo, per cui è stato accusato anche di manierismo.

“Tutte le statue viste” che vivono nei suoi ricordi sono il male che gli agita l’ispirazione e che cerca di buttare fuori, producendo instancabilmente, saggiando tutte le tecniche e i materiali (impossibile non citare il legno tormentato della Maternità) e passando per tutte le epoche e gli stili della scultura, mentre la sua ricerca va verso le forme della natura, in un viaggio, come diceva ai suoi studenti all’Accademia di Venezia, “in cui incontrare cascate, pianure, cielo, acqua”. Per Il Figliol Prodigo sono stati fatti accostamenti al Monumento funerario di Maria Cristina d’Austria del Canova, alla scultura imperiale romana dell’epoca di Traiano e Costantino, alla plastica romanica come il gruppo della Carità di San Martino nel Duomo di Lucca, all’Incredulità di San Tommaso del Verrocchio, e per finire al Bacio di Giuda di Giotto.

La Sete e Il Bevitore, opere entrambe in pietra di Finale, potrebbero far andare il pensiero a certi corpi rinvenuti a Pompei, ma è più legittimo, per sospendere il vacuo giochino delle fonti, ritenere che la loro vitalità nasca piuttosto dalla precisa scelta della materia in cui sono scolpite, dalla forza ispiratrice dell’elemento acqua, e magari anche dall’insofferenza di Martini per l’innaturalità della statuaria. Muore a Milano nel 1947.