Mario Sironi

Mario Sironi nacque nel 1885 da padre ingegnere, professione alla quale egli stesso venne avviato.

Abbandonati presto gli studi universitari, si dedicò alla pittura, frequentando lo studio di Giacomo Balla a Roma, città  dove si era trasferito nei primi anni del Novecento. Sempre in questo periodo incontrò Severini e Boccioni. Grazie a quest’ultimo, fra il 1914 e il 1915 Mario Sironi si accostò al futurismo. Le potenzialità  che maggiormente lo attrassero in questo movimento artistico furono soprattutto quelle legate alla sperimentazione tecnica, all’uso del colore ed il suo valore espressivo, l’attenzione verso il volume, che si tradusse in un momento di riflessione sul tema della civiltà urbana ed industriale.

Passato attraverso una breve esperienza metafisica, nel primo dopoguerra Mario Sironi fu uno dei più convinti sostenitori del partito fascista e della tradizione italiana, attraverso un linguaggio arcaicizzante caratterizzato dalla riduzione geometrica delle forme e dalla vigorosa costruzione plastica.

Con l’inizio degli anni Venti inizia a manifestarsi la sua più autentica vena individuale, nella numerosa serie delle Periferie e dei Paesaggi urbani che lo hanno reso famoso, opere nelle quali l’adozione degli scenari urbani si coniuga all’uso di colori densi e bituminosi, concretizzando quel senso di malinconia e solitudine che pervade tutta la sua opera.

Stabilitosi definitivamente a Milano, dal 1922 svolse attività  di critico e di illustratore per “Il Popolo d’Italia” e la “Rivista illustrata del Popolo d’Italia”. Nel dicembre di quell’anno fu tra i fondatori del gruppo dei “Sette pittori moderni”, poi ribattezzato “Novecento”. Tra il 1926 e il 1929 Sironi organizzò, insieme a Margherita Sarfatti, le mostre del movimento pittorico, divenuto l’espressione artistica del Regime. In questo clima si dedicò anche al mezzo dell’affresco, come testimoniano i dipinti del palazzo di Giustizia a Milano. Con l’architetto Giovanni Muzio curò infine i padiglioni italiani per le esposizioni di Colonia e di Barcellona.

Dagli anni Quaranta, suo malgrado, ritornò alla pittura da cavalletto, caratterizzata da una vena nostalgica e intimistica in cui si percepisce il senso angoscioso della solitudine sopraffatto da un principio di volontà  e ordine che ne rispecchiano l’orientamento psicologico. In questi anni si dedicò con successo anche alla progettazione di grandi scenografie teatrali di importanti opere liriche per la Scala di Milano ed il Maggio Fiorentino. Mario Sironi morì a Milano nel 1961.