GINO SEVERINI

1883-1966
Nasce a Cortona nel 1883 e giunge diciottenne a Roma. Qui Giacomo Balla lo avvia alla pittura divisionista che approfondirà a Parigi dove si trasferisce nel 1906 per studiare la pittura d’oltralpe degli impressionisti e dei post-impressionisti e dove conoscerà molti dei maggiori esponenti delle avanguardie artistiche della capitale francese, tra cui Paul Signac, Georges Braque, Juan Gris, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso e i poeti Guillaume Apollinaire, Paul Fort e Max Jacob. Partecipa al nascere e allo svilupparsi del cubismo. Nonostante questa permanenza a Parigi, non interrompe i suoi contatti con l’Italia. Infatti, dopo aver aderito al movimento Futurista su invito di Filippo Tommaso Marinetti, è uno dei firmatari nel 1910 del manifesto della pittura futurista insieme a Balla, Boccioni, Carrà e Russolo. Durante il suo periodo parigino Severini svolge un importante ruolo di collegamento fra gli ambienti artistici francesi e italiani, in particolar modo tra sensibilità cubiste e futuriste. Frequentatore di cabaret, Severini dipinge feste a Montmartre, Pigalle, corse dei treni e rappresenta in modo molto efficace e originale quel mondo notturno di luci e danze in capolavori come La danza del pan pan al Monico (1911), Geroglifico dinamico del bal tabarin e Ballerina in blu (1912), giungendo a una visione caleidoscopica in cui spazio e tempo, presente e passato, insieme e particolare si fondono in una festa di luci e colori. Nel 1912 sollecita Umberto Boccioni e Carlo Carrà a raggiungerlo a Parigi, dove organizza la prima mostra dei futuristi presso la Galleria Bernheim-Jeune. In quegli anni a Parigi entra in contatto con i fratelli Duchamp, Léger, il poeta Paul Fort e s’intensificano le mostre che lo vedono protagonista insieme ai futuristi. In seguito partecipa alle successive esposizioni futuriste in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1913 a Londra, presso la Marlborough Gallery, è allestita la sua prima mostra personale che successivamente viene presentata alla galleria Der Sturm di Berlino. Redige, su richiesta di Marinetti, un manifesto: Le analogie plastiche del dinamismo (verrà pubblicato solo nel ’58). Vi teorizza la simultaneità della visione dettata non solo dal movimento ma anche dai processi inconsci e i meccanismi della memoria. Nello stesso anno sposa Jeanne, la figlia del poeta Paul Fort, da cui nasceranno tre figli: Gina (1915), e Jaques (1927-1933) e Romana (1937). Al 1914-1915 risalgono una serie di dipinti a tematica bellica che sigillano la stagione d’avanguardia. L’anno dopo, nel ’16, con il quadro Maternità e il Ritratto di Jeanne anticipa il Ritorno all’Ordine con una piena figuratività in chiave primitivistica, guardando a Giotto, Masaccio, l’Angelico. Fra l’ottobre 1917 e l’agosto 1918 pubblica una serie di articoli dal titolo La Peinture d’avant-garde nella rivista De Stijl. Dal 1921, in cui pubblica il trattato Du cubisme au classicisme (“Dal cubismo al Classicismo”), Severini passa da un’estetica “cubofuturista” ad una pittura che si può definire “neoclassica” con influenze metafisiche, dimostrandosi buon termometro di un sentire diffuso in tutta Europa dopo il grande trauma del primo conflitto mondiale. Questa evoluzione classicista rientra pienamente in quella tendenza, al suo interno molto variegata (che va da Picasso, a Derain, a De Chirico), che viene definita “ritorno all’ordine”, o in francese “rappel à l’ordre” (richiamo all’ordine), propensione analoga a quel “ritorno al mestiere”, introdotta da un famoso articolo di Giorgio De Chirico pubblicato nel 1919 nella rivista Valori plastici. Negli anni Venti, prima a Montegufoni (Firenze), poi in Svizzera, si dedica all’affresco: se nel castello di Montegufoni fanno la loro prima apparizione le maschere della Commedia dell’arte, in Svizzera il tema è religioso, dovuto anche alla frequentazione di pittori come Maurice Denis e in seguito ad una crisi religiosa, si dedica quasi esclusivamente all’arte sacra in grandi affreschi e mosaici, in particolare per le chiese di Semsales e La Roche. Suggestionato dai dipinti di Pompei, esegue opere capisaldi del gruppo Novecento (Le due anatre) con una pennellata che ricorda gli scintillii musivi dell’arte antica. Nel ’28 è alla Biennale di Venezia dove tornerà in diverse edizioni. Espone alla Triennale di Milano (’33), all’estero a Parigi, Amsterdam, New York (nel 1936, mostra Cubism and Abstract Art), alla Quadriennale romana. È anche scenografo e lavorando per gli spettacoli del Maggio Fiorentino approfondisce lo studio delle maschere della Commedia dell’arte, soggetto prediletto degli anni Quaranta, con Arlecchini e Pierrot. Si trasferisce a Roma, dove partecipa alla Quadriennale nel 1931 e nel 1935, anno in cui vince il Gran premio per la pittura, presentando un’intera sala a lui dedicata. Torna a Parigi, dove realizza una grande decorazione per l’Esposizione Universale, e in seguito alterna soggiorni tra la Francia e Roma. Scrive una monografia su Matisse e intreccia le maschere musicali con le figure di odalische.  
Nel secondo dopoguerra ritorna ai soggetti del suo periodo futurista, riscrivendo in chiave di decorativismo astratto alcune delle proprie opere futuriste. Negli anni Cinquanta ripropone un neocubismo e continua a fare da tramite, per le nuove generazioni, con gli intellettuali francesi. L’astrazione ormai è geometrica, spesso con citazioni dal vecchio periodo pointillista. Nel ’51 inaugura il ciclo a mosaico della chiesa Saint Pierre a Friburgo.
Nel ’59, a Roma, ricostruisce a memoria il quadro La danza del pan pan al Monico, andato distrutto durante la seconda guerra mondiale. Due anni dopo la città gli dedica un’antologica a Palazzo Venezia. Si trasferisce definitivamente a Parigi, dove avrà una cattedra di mosaico con Riccardo Licata come assistente. Il 26 febbraio 1966 muore nella sua casa al n. 11 di rue Schoelcher. Il 15 aprile dello stesso anno le sue spoglie vengono traslate a Cortona, sua città natale. Nel 2011-12 il Mart di Rovereto allestisce una grande retrospettiva